Roma, 8 giu – Prima la fine del Quantitative Easing, poi il rialzo dei tassi di interesse. Se l’avvio del programma di emissione di liquidità da parte della Bce era stato salutato come il “bazooka” di Draghi per superare la crisi dei debiti sovrani, a breve potrebbe al contrario materializzarsi questo uno-due micidiale capace di mettere a rischio i nostri conti pubblici.

Il mercato forse se lo aspetta, tanto da cominciare già a chiedere all’Italia tassi di interesse superiori perfino a quelli della Grecia, la cui economia rimane ancora in profonda crisi. Segno che è bastata una sensazione per mandare i broker nel panico. O meglio, è bastata una data: il 14 giugno. Fra una settimana, il consiglio direttivo della Bce si riunirà infatti a Riga per decidere sulle prossime mosse di politica monetaria. Fra esse, i passi da intraprendere per arrivare alla fine del Quantitative Easing.

Lanciato nel marzo 2015 al ritmo di acquisti per 60 (poi diventati 80) miliardi al mese, il programma ha progressivamente ridotto la sua portata (oggi gli acquisti mensili ammontano a 30 miliardi circa) e si avvia, come da previsione, verso un graduale smantellamento. Se inizialmente si parlava di settembre 2018 come data-limite, potrebbe anche slittare a dicembre. Quel che è certo è che, in ogni caso, finirà. In seno alla Bce, non è un mistero, prevarrà così la linea dei “falchi” come il governatore della Bundesbank tedesca Jens Weidmann, che insieme ad altri si fa latore della necessità di dover rallentare il passo – il Qe andrebbe chiuso “il prima possibile”, ha spiegato – se non addirittura retrocedere verso un aumento dei tassi di interesse per contrastare l’inflazione che oggi veleggia poco al di sopra dell’1%,  lontana nonostante gli sforzi dall’obiettivo del 2.

Per l’Italia entrambe le notizie non sono buone. Al netto delle fibrillazioni e della curva dei rendimenti in confronto ad Atene, un assaggio di quel che potrà accadere è già arrivato a maggio, quando la riduzione di acquisti di titoli italiani da parte della Bce ci fece cascare in una nuova mini-crisi dello spread. Una circostanza assai singolare, visto che la decisione di Francoforte arrivò proprio mentre il presidente della Repubblica era nel mezzo della formazione del nuovo governo. A questo punto il dubbio sorge spontaneo: era solo una (dubbia) casualità o il primo avviso, rafforzato adesso dalle grandi manovre che si preparano all’eurotower?

Il programma dell’esecutivo giallo-verde, è noto, prevede un ampio ricorso al deficit per poter essere realizzato tra pensioni, reddito di cittadinanza, flat tax e molto altro. Trattasi di “normali” scelte di politica economica, che però nel contesto dell’austerità euroimposta diventano quasi un’eresia. Sulla quale una Bce magari non più a guida Draghi intende, novella inquisitrice, vigilare attentamente.

Filippo Burla

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